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Piazza Vittorio Emanuele

Costruita nel 1871 dall’architetto Gaetano Koch come omaggio alla nomina di Capitale D’Italia.

La Piazza venne da subito circondata da palazzine in cortina in “stile Umbertino”, risposta italiana all’europeo stile neo-barocco; e al centro vi nacque un mercato scoperto che rimase al suo porto fino a metà del 1990, quando si decise lo spostamento del mercato e la riqualificazione della piazza.

Al centro della piazza, infatti, troviamo un giardino curato e protetto da una alta cancellata e alcuni importanti resti archeologici: I resti del Ninfeo d’Alessandro, la Porta Magica e arredi moderni con un anfiteatro scoperto.

Il Ninfeo di Alessandro, meglio conosciuto come “Trofei di Mario”, è una fontana di Roma antica. Si trovava in origine alla confluenza della via Tiburtina o della via Collatina con la via Labicana. Tale posizione ne condizionò la planimetria, di forma trapezoidale.

L’edificio è una fontana monumentale con funzione di mostra terminale e di castello di distribuzione dell’acqua. È realizzato nel tratto finale d’una diramazione d’acquedotto che proveniva dalla Porta Tiburtina (Porta San Lorenzo) per dirigersi verso l’Esquilino. Le arcate di questa diramazione, alcune delle quali tuttora visibili tra piazza Pepe e via Turati, si possono identificare solo con l’acquedotto Claudio o con l’Anio Novus per ragioni altimetriche.

Dalla fontana provengono le due sculture di trofei che a partire dal Medioevo hanno dato alla struttura il nome tradizionale di “Trofei di Mario”[3], dal 1590 collocate sulla balaustra in cima alla Cordonata che sale al Campidoglio. Le sculture, erroneamente attribuite a Gaio Mario per le vittorie sui Cimbri ed i Teutoni, sono invece databili all’epoca domizianea e furono erette dopo le vittoriose campagne contro Catti e Daci nell’89.

La Porta Magica, è un monumento fatto edificare nel 1680 da Massimiliano Palombara e inserito nella sua Villa sita in Piazza dell’Esquilino. La Porta Magica, o Porta Ermetica o Porta dei Cieli, è l’ultimo esemplare di una serie di 5 porte dislocate per la città di Roma.

Secondo la leggenda, trasmessaci nel 1802 dall’erudito Francesco Girolamo Cancellieri, uno stibeum pellegrino fu ospitato nella villa per una notte. Il “pellegrino”, identificabile con l’alchimista Francesco Giuseppe Borri, dimorò per una notte nei giardini della villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di produrre l’oro, il mattino seguente fu visto scomparire per sempre attraverso la porta, ma lasciò dietro alcune pagliuzze d’oro frutto di una riuscita trasmutazione alchemica, e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici che doveva contenere il segreto della pietra filosofale.

Il marchese fece incidere, sulle cinque porte di villa Palombara e sui muri della magione, il contenuto del manoscritto coi simboli e gli enigmi, nella speranza che un giorno qualcuno fosse riuscito a decifrarli. Forse l’enigmatica carta potrebbe riferirsi, per concordanze storiche e geografiche e per il passaggio tra le mani di alcuni appartenenti al circolo alchemico di villa Palombara, al misteriosomanoscritto Voynich, che faceva parte della collezione di testi alchemici appartenuti al re Rodolfo II di Boemia e donati da Cristina di Svezia al suo libraio Isaac Vossius, e finì nelle mani dell’erudito Athanasius Kircher, uno degli insegnanti del Borri nella scuola gesuitica.